Editoriali

L’ombra del ghiaccio, Pietro Zantonini e il naufragio della dignità del lavoro

La cronaca recente ci consegna un evento che non è solo un fatto di cronaca nera, ma un fallimento sistemico della tutela della vita umana di fronte alle logiche della produzione, del servizio, del profitto e della speculazione. La morte di Pietro Zantonini, cinquantacinquenne originario di Brindisi, avvenuta tra le lamiere e il gelo del cantiere dello stadio del ghiaccio di Cortina, per le olimpiadi invernali, rappresenta un punto di non ritorno per la coscienza civile del Paese.

La dinamica: cronaca di una tragedia annunciata
Zantonini stava svolgendo un turno di sorveglianza notturna presso il cantiere destinato alle prossime Olimpiadi invernali. Le condizioni riportate sono tecnicamente proibitive:

  • Temperatura esterna: -16°C.
  • Durata del turno: 12 ore consecutive.
  • Contesto: Isolamento termico e logistico in un cantiere d’alta quota nessuna protezione individuale.

Verso le due del mattino, l’uomo ha accusato un malore. Il tentativo disperato di chiedere aiuto si è infranto contro il muro di un’organizzazione del lavoro che, stando alle prime denunce della famiglia, appariva priva di tutele adeguate. La moglie, assistita dai legali, ha presentato un esposto ai carabinieri evidenziando turni massacranti e una gestione dei riposi incompatibile con la sicurezza biologica e psicofisica del lavoratore.

Il contesto statistico: l’ecatombe silenziosa del 2025
L’evento Zantonini non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro statistico che definisce una vera e propria emergenza nazionale. Nel corso del 2025, i morti sul lavoro hanno superato la soglia dei 1.400 casi.
Questi numeri rivelano una verità storica inoppugnabile: la sicurezza non è percepita come un investimento strutturale, ma come un costo da comprimere per la massimizzazione del profitto. Storicamente, il passaggio dalla tutela del diritto alla flessibilità estrema ha trasformato la forza lavoro in una merce deperibile, dove il corpo del lavoratore diventa l’ultima variabile di aggiustamento del mercato.

L’indifferenza della classe Politica e la giustizia negata
È doveroso analizzare con rigore il comportamento delle istituzioni. Sia le forze di governo che le opposizioni parlamentari sembrano soffrire di una memoria a brevissimo termine. L’attenzione mediatica e politica dura lo spazio di poche ore, per poi essere riassorbita dal ciclo delle notizie quotidiane, continuando a non fare nulla per evitare questa strage continua.

Esiste, inoltre, una problematica radicata nel sistema giudiziario:

  1. Difficoltà probatoria: Spesso le responsabilità vengono diluite in una catena infinita di subappalti.
  2. Lentezza dei processi: Molti procedimenti per omicidio colposo o violazione delle norme antinfortunistiche si concludono senza una reale condanna dei vertici decisionali.
  3. Priorità al Profitto: La struttura economica attuale privilegia la continuità dei lavori (specialmente nei grandi cantieri “vetrina” come quelli olimpici) rispetto al fermo cautelativo per indagini approfondite.

“La dignità di un Paese civile si misura dalla capacità di proteggere chi lavora, non dalla velocità con cui si costruiscono le infrastrutture per i grandi eventi.”

Verso una necessaria discontinuità
L’indignazione, se non tradotta in azione politica e sociale, diventa complice del sistema. La storia di Pietro Zantonini ci insegna che l’alternanza dei governi è irrilevante se non si incide sulla base materiale del rapporto di lavoro.
Ciò che emerge è la necessità di una reazione corale e profonda. Una “ribellione” che non sia mero disordine, ma una ferma pretesa di revisione dei codici di sicurezza e delle responsabilità penali d’impresa. Finché la vita umana avrà un valore inferiore a quello di una consegna puntuale o di un risparmio sui riscaldamenti di un gabbiotto di sorveglianza, la democrazia stessa sarà da considerarsi mutilata.

Giustizia per Pietro Zantonini non significa solo individuare un colpevole materiale, ma scardinare un modello che considera accettabile morire di freddo a 55 anni per uno stipendio.

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Il gradasso Trump e il ritorno nel “giardino di casa”. Il rapimento di Maduro

Con l’attacco al Venezuela, la storia delle relazioni internazionali ha avviato soltanto un nuovo capitolo, che, in verità, conferma ciò che da sempre è noto.

Gli Stati Uniti d’America sono il regno dei cowboy, e i loro dirigenti hanno operato in ogni situazione esattamente come i progenitori – spesso la feccia d’Europa che attraversava l’Atlantico in cerca di quella fortuna non raggiunta in patria – che ammazzavano i pellirosse e gli rubavano le terre, insediandovisi, senza tanti complimenti. La stessa pratica dei sionisti in Palestina, tanto per precisare. Per i “colonizzatori” nelle grandi praterie del West, come per i “coloni” delle antiche terre palestinesi, non v’era neppure la necessità di fornire giustificazioni: tutto era affidato ai rumori dei colpi di Colt e di Winchester, come oggi, a Gaza o in Cisgiordania, si odono, a guisa di spiegazione, soltanto le esplosioni dei missili e dei droni.

Il 3 gennaio 2026, salutato con un osceno commento su X di uno dei peggiori esponenti del più sgangherato “giornalismo” italiano, con un beffardo (ma in realtà solo patetico): “Thank you Donald! Bentornato Occidente!” rappresenta la fine assoluta del “diritto internazionale”, e la sua sostituzione col banditismo. In nessun altro modo si potrebbe definire l’ “arresto” del tutto illegittimo, perpetrato da uno Stato straniero entrato illegalmente nel territorio di un altro Stato) di Nicolàs Maduro, legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, uno Stato sovrano. Un episodio di banditismo, a tutti gli effetti.

Con il blitz su Caracas, Trump manda messaggi al proprio elettorato, quello che lo segue e lo applaude a prescindere; ma il messaggio più importante è diretto all’intero Subcontinente americano: un avviso di sfratto per i governi non proni a Washington, che mentre abbandona il terreno europeo, si concentra sul proprio ex “giardino di casa”, anche per ragioni economiche, legate al petrolio, e alla valuta di scambio dello stesso. Infine, il messaggio è rivolto alle potenze della Terra, a cominciare da Cina, Russia, e forse India: voi non sarete mai come noi, gli USA sono e restano l’unica superpotenza, e noi possiamo disegnare un ordine mondiale “nuovo”, a nostro piacimento. Forse non potendo ripristinare l’unipolarismo a lui tanto caro e non essendoci un paese in grado di stare sul medesimo piano del suo (almeno militarmente), Donald pensa, senza ancora dichiararlo, a un ordine tripolare, USA-Cina-Russia, come opzione comunque preferibile al multipolarismo, che invece deve continuare ad essere la prospettiva a cui mirare, la sola che potrebbe portare a relazioni pacifiche tra gli Stati.

Al di là elle motivazioni concrete o propagandate (tutti sanno che il terrorismo e il narcotraffico sono fandonie), il rapimento di Maduro è tra gli atti più osceni compiuti dalle democrazie occidentali. E viene dopo azioni criminali contro Ceasescu, Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad (ancora vivo, ma in esilio). Lo zio Sam agisce come Minosse, per Dante, che “giudica e manda”. Manda a morte, direttamente. O imprigiona, dopo aver catturato i suoi nemici ovunque essi siano: come non ricordare l’azione contro Panama con la cattura di Noriega, che era peraltro un esecutore e di volontà degli USA, prima di diventare loro inviso…?

Chi sarà il prossimo? E allora che senso ha l’ONU se non può impedire azioni di questo genere? Del resto ricordiamo tutti le prodezze dei servizi segreti israeliani quando andavano in giro a catturare, processare e mandare a morte gerarchi nazisti (e poche voci si levarono allora perché tutti erano ben memori della Shoà, e coltivavano disprezzo e risentimento verso quella gentaglia), ma hanno proseguito poi con i dirigenti palestinesi e anche con quelli iraniani, e ora soffiano sul fuoco per far cadere il governo di Teheran, partecipando direttamente i loro uomini alle “spontanee manifestazioni” contro il “regime degli Ayatollah” (perché quello dei rabbini è ovviamente migliore, con il genocidio perpetrato a Gaza e l’occupazione della Cisgiordania). L’ “omicidio mirato” del generale iraniano Soleimani, avvenuto a Baghdad, su ordine USA, in un altro 3 gennaio, nel 2020, fu l’esempio più eclatante, rimasto impunito.

I liberali del nostro Occidente, coloro che si riempiono la bocca con parole grosse (libertà, democrazia, diritto, civiltà, progresso…), sono pronti a cancellare ogni valore che a parole difendono e propugnano quando entrano in gioco gli interessi materiali. Esempio? Il petrolio venezuelano, il gas iraniano, le terre rare dell’Ucraina, le immense risorse d’ogni genere conservate in Russia…

Quali che siano gli sviluppi la situazione, una cosa è chiara. Gli USA non riusciranno a sottomettere il Venezuela. Ma intanto, si è compiuto un nuovo passo verso il baratro della guerra dei mondi. Dalla quale usciremo tutti sconfitti, o direttamente morti.

La presa di posizione delle ultime ore della Repubblica Popolare Cinese è un segnale importante: il ministro degli Esteri cinese invita gli USA immediatamente a por fine all’aggressione, a liberare Maduro (e la sua consorte), e a restituirli al loro popolo. Federazione Russa e Iran si sono collocati nella scia. Vedremo gli sviluppi. Donald Trump, il gradasso signore della Guerra e della Pace, dovrà rimangiarsi le parole di giubilo con cui ha annunciato l’aggressione al Venezuela, oppure impegolerà gli USA in un nuovo Vietnam? Che fu la più clamorosa sconfitta della storia statunitense. A quanto pare la storia non insegna nulla.

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